Con la nota eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79 d.C. gran parte degli abitanti dell’area morirono asfissiati da gas venefici. I loro corpi vennero, quindi, interamente sepolti dalle ceneri vulcaniche che piovevano dal cielo. L’Archeologo Giuseppe Fiorelli intorno al 1870 introdusse un metodo che prevedeva la realizzazione di una colata di gesso liquido nelle cavità lasciate dai corpi che si erano decomposti all’interno del materiale vulcanico.

Ciò consentì la realizzazione di calchi delle vittime dell’eruzione. Una volta che il gesso si fu solidificato, si potè rimuovere il terreno circostante in maniera tale da poter portare alla luce la forma così ottenuta.

Negli anni, utilizzando questa tecnica, ad Oplonti, Pompei ed Ercolano sono stati realizzati i calchi di numerosi corpi di uomini e animali, di radici e di oggetti, tra i quali battenti di porte e finestre.

Nella Villa “B”, durante gli scavi avvenuti intorno al 1980, furono portati alla luce gli ambienti e i magazzini voltati posti a sud dell’edificio, nella parte prospiciente il mare. Gli scheletri in essi rinvenuti sono da attribuire, probabilmente, agli stessi residenti o a coloro che invano avevano cercato la fuga verso il mare.

I calchi in gesso

Dagli scavi emersero, così, i primi scheletri che confermarono la presenza di fuggiaschi. Di questi, quindi, si pensò di realizzarne calchi tradizionali in gesso, individuando con attenzione i vuoti lasciati dai corpi decomposti.

I calchi in gesso risultavano, però, estremamente fragili e nel 1985 il restauratore Amedeo Cicchitti inventò e brevettò  un nuovo metodo che avrebbe reso i calchi più resistenti.

Il calco in resina

Questa nuova tecnica prevedeva l’uso di una resina trasparente al posto del gesso. Tra gli ulteriori vantaggi vi era la trasparenza del nuovo materiale che consentiva di vedere  i resti contenuti al suo interno, come ossa ed oggetti di vario genere.

Tale tentativo  è stato isolato, poiché la resina col tempo, opacizzandosi, impediva la visione delle ossa. Questa tecnica è stata utilizzata per la cosiddetta “Dama di Oplontis” che molto probabilmente non era una fanciulla ma una persona adulta.

Le tipologie dei gruppi

I fuggiaschi rinvenuti in uno dei magazzini della Villa “B” sono stati suddivisi in base alla loro condizione sociale: i più vicini  alla porta sono stati considerati come i meno abbienti, poiché privi di preziosi, gli altri come i più ricchi.

Questi ultimi possono essere identificati nei proprietari dell’edificio, poiché al loro fianco sono stati rinvenuti i cosiddetti Ori di Oplontis e diversi tesoretti in monete. Si pensa che tali individui, almeno 9, appartenessero allo stesso nucleo familiare, ma sono ancora in corso esami per affermare con certezza tale ipotesi. Durante questi scavi fu anche ritrovato l’anello con il sigillo recante il nome di Lucius Crassius Terzus.