A circa 300 metri dalla villa cosiddetta di Poppea, durante i lavori per la ricostruzione di una palestra nella vicina scuola media Parini, furono rinvenuti ulteriori resti archeologici.
Era il 1974 e la terra riportò alla luce una villa rustica, una fiorente azienda destinata, probabilmente alla vendita e al trasporto di vino, olio, garum, e derrate alimentari, ma non anche alla loro produzione: la cd “Villa B”, o anche “Di Lucius Crassius Tertius” dal nome impresso su un anello con sigillo, rinvenuto al suo interno, appartenente forse al proprietario.
Sono stati quasi interamente riportati alla luce l’edificio principale è parte delle strutture edilizie circostanti.
La struttura è disposta su due piani: il piano terra era destinato all’attività commerciale, come si desume dalla circostanza che gli ambienti sono privi di affreschi e mosaici e dal ritrovamento, all’interno dei colonnati che circondano tutti i lati del piedistallo, di centinaia di anfore capovolte ed ordinate in file verticali. Presumibilmente le anfore erano in fase di impermeabilizzazione e restauro – in vista di un nuovo utilizzo – con oleoresina di conifere, i cui resti resti sono stati rinvenuti in “olle” (ossia pentolini), messi a scaldare su fornelli di pietra. D’altra parte, negli ambienti che affacciano direttamente sulla strada, su stuoie di paglia sono state ritrovate tracce di melograni, di noci e nocciole nonché di circa cento varietà di erba.
Il piano superiore fungeva, invece, da residenza del gestore: qui è stato possibile recuperare un unico oggetto di arredo tra i tanti di legno, che arredavano gli ambienti e dei quali non è rimasta traccia: si tratta di una bellissima cassa blindata, munita di un sofisticato procedimenti di apertura e ornata di pregevoli metope in bronzo. Purtroppo, una volta aperta, si è potuto comprendere che era vuota, questo perché, probabilmente, gli oggetti di valore, nel momento dell’eruzione, erano stati messi in salvo, pronti a scappare con il proprietario.
Mentre la Villa A era deserta al momento dell’eruzione, perché in fase di ristrutturazione; i resti della Villa B testimoniamo un’attività commerciale viva e in corso, infatti, in uno degli ambienti prospicienti alla strada sono stati rinvenuti gli scheletri di ben cinquantaquattro individui, che vi si erano adunati nella speranza di sfuggire via mare alla violenza del Vesuvio, con indosso tutti i preziosi trasportabili: i famosi “Ori di Oplonti”, collane, bracciali, anelli, orecchini e monete in oro, argento e bronzo. Tutti questi scheletri (forse appartenenti allo stesso gruppo familiare) sono, oggi, oggetto degli studi antropologici, isotopici e di DNA, condotti in collaborazione con l’Università del Michigan.
Oggi la Villa non è ancora aperta al pubblico ed è accessibile unicamente per campagne di studi in vista di un restauro globale.
